Dante Alighieri: il sommo poeta e l’esoterismo

Dante Alighieri è da tutti considerato il padre della lingua italiana, la sua fama è dovuta eminentemente alla paternità della Comedìa, divenuta poi celebre come Divina Commedia, universalmente considerata la più grande opera scritta in lingua italiana ed uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale.

Espressione della cultura medievale, filtrata attraverso la lirica del Dolce stil novo, la Commedia è anche veicolo allegorico della salvezza umana, che si concretizza nel toccare i drammi dei dannati, le pene purgatoriali e le glorie celesti, permettendo a Dante di offrire al lettore un profilo di morale, di etica e di insegnamenti esoterici…

Importante linguista, teorico politico e filosofo, Dante Alighieri spaziò all’interno dello scibile umano, segnando profondamente la letteratura italiana dei secoli successivi e la stessa cultura occidentale, tanto da essere soprannominato il “Sommo Poeta” o, il “Poeta” per eccellenza.

Dante ha saputo far emergere l’introspezione psicologica e l’autobiografismo,

Dante è dunque il primo, tra i letterati italiani, a “scomporsi” tra il “” inteso come personaggio e l’altro “io” inteso come narratore delle proprie vicende. Così Contini, riprendendo il filo tracciato dallo studioso statunitense Charles Singleton, parla dell’operazione poetica e narrativa dantesca:

«Va citato a titolo d’onor l’italianista americano Charles Singleton, che in un suo saggio penetrante… ha notato come nell’ io di Dante… convergano l’uomo in generale, soggetto del vivere e dell’agire, e l’individuo storico, titolare di un’esperienza determinata hic et nunc, in un certo spazio e in un certo tempo; Io trascendentale (con la maiuscola), diremmo oggi, e io (con la minuscola) esistenziale.»
-(Gianfranco Contini, Un’idea di Dante, pp. 34-35)

Influenza fondamentale fu anche quella esercitata dalla produzione letteraria appartenente al cristianesimo e, in un certo grado, anche alla religione islamica. La Bibbia è sicuramente il libro cui Dante attinge maggiormente: echi ne troviamo, oltre ai tantissimi nella Divina Commedia, anche nella Vita nova (per esempio, l’episodio della morte di Beatrice ricalca quello di Cristo sul Calvario) e nel De vulgari eloquentia (l’episodio della torre di Babele quale origine delle lingue). Oltre alla produzione strettamente sacra, Dante attinse anche alla produzione religiosa medievale, prendendo spunto dalla Visio sancti Pauli del V secolo, opera narrante l’ascesa dell’apostolo delle genti al 3° cielo del Paradiso.
Oltre alle fonti letterarie cristiane, Dante sarebbe giunto in possesso, sulla base di quanto ha scritto la filologa Maria Corti, del Libro della Scala, opera escatologica araba tradotta in castigliano, francese antico e latino.

Un esempio concreto lo troviamo nel concetto islamico di spirito della vita (rūh al hayāh) che è considerato come “aria” che esce dalla cavità del cuore. Dante a tal proposito scrive:
«…spirito della vita, lo quale dimora nella secretissima camera de lo cuore»…

Diversi autori hanno trattato gli aspetti esoterici delle opere di Dante, forse determinati dall’ormai accertata adesione alla setta dei Fedeli d’Amore. Lo schema e i contenuti stessi della Divina Commedia farebbero emergere chiari riferimenti. Sotto questo aspetto sono di notevole importanza il lavoro di René Guenon “L’esoterismo di Dante” e il testo di Luigi Valli, “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore“.

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Possiamo affermare con certezza che la cultura esoterica del sommo poeta era completa ed ebbe la fortuna di essere stato cooptato dai Fedeli D’Amore che lo introdussero nell’infinito mondo dell’esoterismo.
Quasi tutti i ricercatori hanno ritenuto la società dei Fedeli d’Amore d’estrazione templare e dunque in forte sospetto d’eresia per la chiesa.

I Fedeli d’Amore erano un’organizzazione tradizionale iniziatica nata nel tredicesimo secolo.
In quel periodo storico il potere dell’imperatore si era affievolito in Italia, al suo posto, nella complessa situazione politica italiana, s’infiltrava il potere temporale della Chiesa, che con il suo dogmatismo, la tortura e i roghi dell’inquisizione, s’impadroniva velocemente del potere.

Alcuni accademici hanno messo in dubbio l’esistenza dei Fedeli d’Amore, ma lo stesso Dante ne parla nella sua opera “Vita Nova“.
Nonostante l’indifferenza dei critici accademici d’estrazione clericale, si sono dedicati allo studio di questa associazione personaggi come Ugo Foscolo, Maria Filelfo, Antonio Maria Biscione, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Luigi Valli, Gabriele Rossetti e René Guenon.
Questa associazione si è avvalsa del Dolce Stil Novo, celebre movimento poetico italiano di quel periodo, divenendo una ricerca raffinata che si differenzia dall’italiano volgare, portando la tradizione verso un linguaggio ricercato ed aulico.
La poetica stilnovista acquista un carattere intellettuale e si avvale di metafore e simbolismi dal molteplice significato.

I Fedeli d’Amore come traguardo sociale si proponevano di riportare la Chiesa all’insegnamento del Cristo, ed il clero ad una morale e spiritualità che ormai giudicavano decaduta ed infangata.
Contribuirono ad occultare nel linguaggio del Dolce Stil Novo un messaggio esoterico, Jacopo da Lentini, Pier della Vigna, Guido Guininzelli, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Cecco d’Ascoli e Dante.
René Guenon è stato un convinto assertore della radice templare dei Fedeli d’Amore, ricorda che si fregiavono degli stessi colori e del titolo di Kadosch, (Santo), che veniva conferito agli alti gradi dell’istituzione.
Inoltre fa notare che dietro le apparenti diversità dottrinali emerge un’unità essenziale che si sostanzia nel pensiero metafisico che non è pagano nè cristiano, e nè tantomeno è una esclusiva di altra tradizione, é invece universale, di fatti é contenuto anche nei Veda indiani.

Beatrice significava la sapienza iniziatica, donna per definire gli iniziati, piangere significava simulare fedeltà alla Chiesa cattolica, pietra o pietra nera per definire la chiesa corrotta, saluto per definire l’atto dell’iniziazione, sono solo alcuni nomi di un lessico molto vasto.
Il Cavalcanti si distinse in questa società iniziatica, fu colui che iniziò Dante e scrisse poesie e sonetti di alto contenuto esoterico.
Sembra che questa scuola iniziatica avesse 7 gradi come le arti liberali. Dante scrisse sonetti e canzoni di grande valore iniziatico per i Fedeli d’Amore, il suo migliore talento lo espresse in Vita Nova, dove descrisse la sua seconda nascita, quella iniziatica.
Il poeta, a causa del suo carattere ribelle, ebbe delle incomprensioni con i capi di questa organizzazione e fu abbandonato. Per farsi riaccettare scrisse la canzone “Donne che avete intelletto d’Amore”, che entusiasmò per il suo alto valore esoterico, fu quindi “risvegliato” (riaccolto) e posto fra gli alti gradi dell’istituzione.

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Il poeta con la teoria dei due soli, metaforicamente simboli anche di papato ed impero, entrambi necessari per l’umanità ed autonomi l’uno dall’altro, contrastava la bolla di Bonifacio VII che pretendeva di sottoporre qualsiasi autorità terrena alla preminenza della Chiesa.
Tentarono d’implicarlo in un processo per magia nera, che indagava sul tentato assassinio di papa Giovanni XXII.
Dante terminò le sue peregrinazioni a Ravenna dove trovò asilo presso Guido Novello da Polenta, signore della città. Andò a Venezia in qualità d’ambasciatore e nel viaggio di ritorno passando per le paludose valli di Comacchio, contrasse la malaria e morì a Ravenna il 14 settembre 1321.

Dante condivise il pensiero dei filosofi e dei grandi maestri dell’antichità, di non divulgare l’insegnamento esoterico a tutti, nel senso che certi concetti altamente spirituali non possono essere dati in pasto a chi non può (ancora) comprenderli.
Già Omero diceva: Il maestro non deve buttare le proprie parole.
Esse devono cadere solo dentro le orecchie di persone capaci d’assumersi le proprie responsabilità, che la Verità comporta.
Platone nella settima lettera dice: Ogni uomo serio deve con grande cura evitare di dare mai in pasto le cose serie, scrivendo su di esse, all’invidia ed all’incapacità di capire degli uomini….…ma non penso che il mettere mano, come si dice a questi argomenti sia un bene per gli uomini, se non per un numero limitato di persone capaci d’arrivare da se stesse attraverso una minima indicazione.


Aristotele ha chiarito che la filosofia antica non mira ad una saggezza rivolta alle cose di questo mondo, che sono mutevoli, ma ad una suprema saggezza, la Sofia, la contemplazione delle cose eterne e invita chi la cerca a tendere verso l’acquisizione di una saggezza, quasi, divina.
Da questo concetto nasce la considerazione che questo insegnamento non è per tutti, perché in definitiva pochi sono interessati a questo sublime traguardo, non facile da realizzare, che richiede tutta la propria intelligenza, il proprio coraggio ed il risveglio dell’intuizione superiore.
Si narra che un seguace della scuola pitagorica, Ippaso, fu condannato a morte da Pitagora per aver divulgato la scoperta dei numeri irrazionali; che secondo il maestro minacciavano l’armonia della matematica e non ne accettò mai l’esistenza.
Questa estrema riservatezza nel medioevo cambia di poco, era consentito scrivere di queste cose, ma solo tramite un codice che funzioni da filtro per i lettori.
Questo metodo fu, ed è ancora spesso applicato, anche per la magia, l’alchimia e l’astrologia.

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Dante nella tredicesima lettera indirizzata a Cangrande della Scala afferma che nella Divina Commedia non vi è un solo senso per interpretarla…
Essa può dirsi polisema:

(O voi ch’avete li’ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto il velame delli versi strani.
)

Dante in modo esplicitissimo ci dice che sotto il velo si nasconde, per chi è capace di svelarlo, un senso nascosto propriamente dottrinale:

(Aguzza qui, Lettor, ben gli occhi al vero,
che il velo è ora ben tanto sottile,
certo, che il trapassar dentro è leggero
).

Nella seconda strofa il poeta ci spiega che, procedendo sulla via dell’iniziazione, cadono gli ostacoli ed il candidato acquisisce gradualmente la capacità di vedere (e di conseguenza comprendere) la Verità.
Molti commentatori delle opere del poeta hanno espresso le loro convinzioni, ma Dante chiarisce nel suo Convivio, che le scritture sacre possono essere comprese ed interpretate con quattro sensi di lettura che non si contrastano, ma devono completarsi ed armonizzarsi fra loro.
Sarà il caso d’ascoltarlo perché sicuramente è il più qualificato a farci comprendere il suo pensiero.
Dante parlando a Cangrande dice: Abbiamo un primo senso letterale, che funziona da velo e narra il viaggio immaginario del poeta attraverso l’Inferno, il Purgatorio, ed il Paradiso, non va oltre le parole fittizie come fanno i poeti nelle favole.

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Un secondo allegorico che svela il senso che si nasconde sotto il manto di queste favole. Dante dice: È una verità nascosta sotto una bella menzogna. Il poeta porta l’esempio di Ovidio che illustra l’opera di Orfeo, che ammansiva le fiere con la cetra. Questa favola allude alla capacità e saggezza d’Orfeo di convertire l’animo di coloro che si possono redimere.
Una terzo morale che riguarda il significato etico, studiando le sacre scritture l’umanità può pervenire alla felicità.
In questo terzo senso, Dante ricorda anche la necessità della riservatezza, e porta l’esempio di Cristo che, salendo sul monte della trasfigurazione, lo fece con tre apostoli e non con dodici, perché le cose segrete vanno fatte con poca compagnia.
Un quarto senso analogico, scaturisce quando si cerca nelle scritture il livello spirituale usando il metodo “metafisico ed iniziatico”, che porta alla comprensione delle supreme cose.
Il poeta porta l’esempio del Profeta che narra l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto:

All’uscita d’Isdrael dall’Egitto,
della casa di Giacobbe
di fra un popolo barbaro,
la Giudea diventa un santuario,
Isdraele e il suo dominio
.

Se questi versi vengono letti in modo letterale, ci viene comunicata l’uscita dei figli d’Israele dall’Egitto al tempo di Mosè.
Se vengono letti in modo analogico s’intende l’uscita dell’anima, la sua conversione dalla corruzione e dal peccato, il ritorno dell’anima alla gloria, alla purificazione, alla libertà e all’eternità. Questo quarto senso è il più difficile a comprendesi perché è riservato a chi è stato iniziato, esso coordina ed unifica gli altri sensi e porta alla comprensione più alta dell’Opera divina.

La descrizione della struttura del cosmo che si articola in 3 mondi è conforme con la tradizione: il sovramondo, il mondo terreno ed il mondo infero.
Questi mondi appartengono alla stessa struttura cosmica, che sembra fondare l’universo intero sulla legge dell’equilibrio ternario.
Compare subito con forza la narrazione della struttura cosmica, il tempo e lo spazio, il mondo minerale, vegetale ed animale.
Nella Commedia compaiono prepotentemente i numeri che emergono in chiave simbolica, carichi di un messaggio iniziatico, il poeta è stato un profondo conoscitore del simbolismo numerico.

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Altra curiosità è che Dante, pur scrivendo in terzine, non impiega mai un numero divisibile per tre, il numero finale di ogni canto è pari ad un multiplo di 3 + 1.
Nella cultura egiziana 111 rappresenta il divino, se a 111 togliamo un uno resta 11, il male.
Nei canti dell’inferno compaiono tre numeri: 1-4-7. Il numero 1 indica il Dio creatore, la Monade; il numero 4 simboleggia i quattro elementi, ovvero terra, acqua, aria e fuoco, dove l’adepto viene iniziato; il numero 7 l’unione dell’uomo con Dio, dopo la purificazione dai peccati.

Mantenendo una funzione allegorica, Dante frappone un valore numerologico alla figura di Beatrice. È infatti all’età di 9 anni che la incontra per la prima volta, poi nell’ora nona avviene un successivo incontro. Di lei dirà pure: «non soffre di stare in un altro numero se non nel nove». Dante fa morire Beatrice il 9 giugno (pur essendo in realtà l’8) scrivendo su di lei: «lo perfetto numero era compiuto».

Nel 1723 il canonico Anton Maria Biscioni, nei suoi “Studi danteschi”, torna a negare la fisicità di Beatrice e ne fa un simbolo di sapienza, paragonabile alla Sapienza di Salomone. Ma è Gabriele Rossetti, carbonaro e Rosacroce (1783-1854), letterato e poeta, che per primo imposta in termini complessivi le problematiche relative a Beatrice e a tutto il Dolce Stil Novo, interpretandole in chiave allegorica. I suoi studi danteschi sono raccolti nel Commento analitico alla Divina Commedia del 1826-27, e nei Ragionamenti sulla Beatrice di Dante del 1842, ch’egli pubblicò a Londra dov’era esulato da Napoli in seguito alla repressione dei moti del 1821. In essi sostiene l’appartenenza di Dante alla setta segreta dei Fedeli d’Amore.

Servendosi di un lessico particolare, detto “della Gaia Scienza”, e simulando l’amor platonico per altrettante donne, questi poeti (e i trovatori provenzali prima di loro), avevano fatto propria un’antichissima sapienza segreta, o meglio la tradizione di una sapienza occulta risalente agli antichi Egizi e ai Greci e proseguita dai Manichei, dai Patarini e dai poeti siciliani della corte di Federico II.

Guénon accentua l’interpretazione allegorica e anagogica di Dante, mettendola in relazione con diverse tradizioni esoteriche e, in particolare, col templarismo. Egli ricorda che il Museo di Vienna [o piuttosto di Vienne, in Francia?] custodisce due medaglie: una raffigura Dante, l’altra il pittore Pietro da Pisa; sul rovescio di entrambe sono incise le lettere F.S.K.I.P.F.T., che egli interpreta come Fidei Sanctae Kadosch, Imperialis Principatus, Frater Templarius. Dante, secondo lui, era probabilmente uno dei vertici della società segreta della Fede Santa (equivalente ai Fedeli d’Amore del Valli), un Ordine Terziario di affiliazione templare, i cui dignitari portavano l’appellativo di “Kadosch”, parola ebraica che significa “santo” o “consacrato” (e conservata ancor oggi negli alti gradi della Massoneria). Non a caso, per Guénon, Dante prende, come guida finale nel “Paradiso”, San Bernardo di Chiaravalle: colui che era stato l’ispiratore della Regola dei Templari. Pagine affascinanti scrive inoltre il Guénon a proposito della cronologia del viaggio ultraterreno di Dante, nel capitolo “I cicli cosmici”, che non esponiamo in dettaglio per la loro estrema complessità astronomica e matematica. In esse egli sostiene che la data del viaggio descritto nella Commedia, il 1300, si colloca nel “grande anno” (a metà di un ciclo completo della precessione degli equinozi), ossia il tempo che gli antichi consideravano come equidistante fra due successivi rinnovamenti del mondo. E prosegue: “Situarsi al centro del ciclo vuol dire dunque situarsi nel (…) luogo divino in cui – come dicono i musulmani – si conciliano i contrasti e le antinomie; è il centro della ruota delle cose, secondo l’espressione indù, o l’invariabile centro della tradizione estremo-orientale, il punto fisso intorno al quale si compie la rotazione delle sfere, la mutazione perpetua del mondo manifestato. Il viaggio di Dante si compie secondo l’asse spirituale del mondo; soltanto di là, in effetti, si possono vedere tutte le cose in modo permanente, in quanto siamo anche noi sottratti al cambiamento, e averne di conseguenza una visione sintetica e totale”.

Una cosa è certa: il pensiero di Dante, come quello di altri grandi, una volta “istituzionalizzato” ha subito un progressivo processo di “normalizzazione”, mediante la rimozione di quegli aspetti che possono fare maggiormente scandalo o mettere in crisi nel profondo alcune nostre certezze, a cominciare da quella di averlo capito.
Dante, già in vita – non dimentichiamolo mai – fu un personaggio estremamente scomodo, quasi imbarazzante. E non certo solamente perché volle scrivere il suo capolavoro in volgare, ma proprio al livello del suo pensiero politico e religioso. Si tentò d’implicarlo, tanto per dirne una, in un clamoroso caso giudiziario: un processo per magia nera che lo vedeva, si direbbe oggi, “persona informata sui fatti” a proposito del tentativo di assassinio di Giovanni XXII (il francese Jacques Duèse o D’Euse) da parte di Matteo e Galeazzo Visconti, nel 1319-20. E non basta. Pochissimi anni dopo la morte del poeta, il cardinale francese Bertrando del Poggetto (nipote del Papa) fece bruciare in una pubblica cerimonia il libro di Dante “De Monarchia”; e avrebbe voluto far disseppellire la salma del suo autore per mandare anch’essa sul rogo. Dante, che aveva potuto evitare, da vivo, il rogo per miracolo (fortuna che non ebbero altri intellettuali suoi contemporanei, come Cecco d’Ascoli), per un capello non subì tale destino post mortem.

Concludiamo dunque il nostro articolo dicendo che:

il soggetto della Commedia di Dante è l’uomo, la sua rigenerazione, la sua metamorfosi in angelica farfalla. È dunque il medesimo soggetto dei misteri. Non le sole qualità morali cambiano: Dante si purifica, si evolve, di grado in grado, passando per crisi e coscienze varie, cade come corpo morto, sviene, rinviene, si addormenta, si ravviva nell’Eunoè, la sua mente esce da se stessa, passa al divino dall’umano, all’eterno dal tempo, e finalmente dislega l’anima da ogni nube di mortalità. Questo non è un perfezionamento morale, ma una vera e propria rinascita di tutto l’essere che si attua nel simbolico viaggio.

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