Il genio della perversione: cosa spinge l’uomo ad autodistruggersi?

Il genio della perversione (“The Imp of the Perverse“, titolo originale) è un racconto scritto in forma saggistica da Edgar Allan Poe. Si discute dei vari impulsi autodistruttivi che possono giungere ad impossessarsi dell’uomo, incarnati tutti come metafora simbolica del cosiddetto “genio della perversione“: il narratore descrive questo spiritello come l’agente che tenta di far fare alle persone qualcosa “semplicemente perché pensiamo che non dovremmo farla“.

Tale teoria elaborata da Poe può essere vista come un’anticipazione dei concetti di subconscio e repressione teorizzati successivamente da Sigmund Freud.

L’impulso opposto al genio della perversione è rappresentato dal personaggio di C. August Dupin che manifesta raziocinio e profonda analisi.

Uno dei primi esempi del genio si trova nel romanzo “Storia di Arthur Gordon Pym“: in una scena infatti, il protagonista del romanzo è sopraffatto dal desiderio travolgente di lasciarsi cadere da un ripido dirupo.

Il narratore cerca di spiegare la propria teoria riguardante l’esistenza del genio della perversione, che crede induca la gente a commettere atti contro il proprio interesse. La discussione viene presentata oggettivamente in forma di saggio, anche se il narratore stesso ammette di essere una delle innumerevoli vittime del genio, come potremmo ammettere sicuramente anche tutti noi…

Il protagonista racconta di essere riuscito, dopo una lunga premeditazione, ad assassinare un uomo sostituendo una delle candele che illuminava la sua camera da letto con una candela avvelenata. Il giudice, non riuscendo a trovare alcuna spiegazione valida all’accaduto, aveva deciso di attribuire la morte alla volontà divina. Il narratore, scampato dunque al pericolo, si trova ad ereditare il patrimonio della vittima. Passano gli anni e la piacevole sensazione di averla fatta franca si inizia a trasformare in un pensiero ossessivo per l’omicida. Il genio della perversione torna a bussare nella sua testa quando, camminando per strada, si ritrova a pensare che l’unico modo di far venire alla luce i suoi crimini è proprio un’aperta confessione. Il pensiero si fa sempre più martellante finché, senza nemmeno rendersene conto, si ritrova a confessare ogni sua colpa di fronte alla folla nella strada. Il narratore verrà quindi condannato per omicidio e morirà per impiccagione.

La perversione ha una compenente seduttiva inequivocabile.

Dietro il disgusto e l’avversione si celano in agguato altre presenze silenziose, che l’uomo razionale e conscio difficilmente riconosce a se stesso: irresistibile attrazione, curiosità, piacere…

Esiste una scala di gradazioni riguardante uno stesso sentimento o sensazione: i protagonisti di Poe vivono senz’altro delle situazioni estreme, all’apice della scala, in bilico su quell’ultimo gradino che porta dritto dritto alla follia oppure già irriparabilmente folli, ma parlano in maniera diretta alla molteplicità degli altri esseri umani che stanno nel mezzo della scala, che vivono gli stessi stati d’animo su un altro livello (-“Chi non si è trovato, centinaia di volte, etc etc…?”).

In racconti come Il demone della perversione, Il gatto nero e Il cuore rivelatore, i protagonisti disvelano un’ulteriore sfumatura di questa ambivalenza, difficile da spiegare in termini razionali: l’eccitazione provocata dal rischio. Il terrore esasperato di essere scoperti va di pari passo con un’esibizione di spavalderia, quasi una volontà di farsi scoprire, portando ad emergere un’ambigua intenzione: il vanto di fronte all’umanità di essere riusciti a portare a termine un’operazione simile, il poter apertamente dire al mondo “Vedete? Ecco cosa sono stato capace di fare!”. Ogni minima traccia di pentimento o di rimorso è stata obliterata, il processo di disumanizzazione si è brillantemente concluso. Non è un caso che il demone della perversione a cui allude il racconto non sia certo riferito al crimine perpetrato, l’omicidio, quanto alla tendenza alla confessione: questo è malsano per il protagonista, ormai precipitato pienamente nel vortice della follia, il rivelare i propri misfatti quando invece bisognerebbe far di tutto per celarli.

Non solo la perversione contempla una componente seduttiva, come si è detto, ma anche una costitutiva componente di disobbedienza, d’insofferenza, di opposizione, senza la quale non sarebbe quel che è: come già ripreso ne Il gatto nero, il tema ritorna anche qui:

– “E poichè la nostra ragione ci distoglie violentemente dall’orlo dell’abisso, perciò noi ancora più impetuosamente ci avviciniamo ad esso”.

Anche qui il protagonista è fuori di sè, ma parla in modo diretto al lettore, all’uomo che sta in mezzo alla scala, agganciandolo con esempi innocui, laddove Poe utilizza genialmente la prima persona plurale: “Noi abbiamo un compito da fare che deve essere celermente esaudito. Sappiamo che sarebbe rovinoso ritardarlo. La crisi più importante della nostra vita ci richiama, a suon di tromba, ad energia ed azione immediate. Siamo incandescenti, consumati dall’ardore di iniziare il lavoro, la cui anticipazione del glorioso risultato le nostre intere anime sono infuocate. Dev’essere, dovrà essere intrapreso oggi e tuttavia lo rimandiamo a domani; e perché?”.

Qualsiasi procrastinatore di ogni grado si sentirebbe toccato da queste parole.

Ma qual è, se non la morte, l’abisso più profondo sul quale l’uomo si affaccia? L’esperienza più estrema per definizione? Eppure anche sul ciglio della morte è probabile che uno strano, inedito rivolgimento accada nei meandri del nostro animo, un capovolgimento radicale ed imprevedibile. Il narratore de La discesa nel Maelstrom, in seguito ad una funesta uscita in mare coi fratelli, trovatosi nel mezzo di un gigantesco vortice marino, riporta in tutta onestà ciò che accadde nel punto in cui si trovò fra le fauci della morte. Dallo stato di terrore puro, in cui tutto il corpo e la mente fremono di autentica paura, egli passa improvvisamente ad una sorta di catalessi estatica: “Avendo deciso di non sperare più, mi sbarazzai di una grande quantità di quel terrore che mi aveva assalito all’inizio. Suppongo che fosse la disperazione ad aver teso i miei nervi. Può sembrare vanesio – ma ciò che ti racconto è la verità – iniziai a riflettere su quanto fosse magnifico morire in un modo simile e quanto sciocco in me il pensare ad una cosa così irrisoria come la mia vita individuale, a confronto di una così meravigliosa manifestazione del potere divino”.

Forse è in William Wilson, capolavoro ineguagliabile sul doppio, sulla crisi d’identità e sulla volontà (notare il gioco di parole Will-I-am, Wil-son), che il tema dell’ambiguità interiore viene al meglio sviluppato. Anche qui viene immediatamente fatta presente al lettore una trasformazione radicale del protagonista: “Gli uomini usualmente diventano spregevoli per gradi. Da me, in un istante, tutta la virtù scivolò via materialmente come un mantello”.

Non è mai chiaramente avversione quella che Wilson prova verso il suo omonimo, un ragazzo che frequenta lo stesso collegio, è nato lo stesso giorno e si diverte a provocare sottilmente il protagonista.

Un sentimento che pare reciproco “ci fu qualche occasione in cui non potevo non osservare, in un misto di meraviglia, umiliazione e dispetto, che egli mescolava alle sue ingiurie, insulti o contraddizioni, una certa estrememamente inappropriata e certamente indesiderata affettuosità di modi”.

Il legame fra la buona e la cattiva coscienza è un legame di amore-odio, di irrinunciabile interdipendenza, dove nulla è ben delineato ed i chiaroscuri adombrano numerosi tutte le fessure.

Da ultimo: Poe non solo non teme di sondare le situazioni al limite, ma non si frena neppure dall’andare oltre i limiti: Le avvunture di Arthur Gordon Pym, è una cruenta e macabra discesa nell’inferno della crudeltà e delle miserie umane, un romanzo di formazione dal segno negativo, dove solo l’enigmatico finale offre più una fuga a mo’ di sospensione magico-onirica che una risoluzione. Una delle scene più raccappriccianti e geniali è quella in cui i quattro naufraghi, afflitti da una fame atroce nel mezzo dell’oceano, decidono di ricorrere al gesto più estremo e disumano ai fini della sopravvivenza: il cannibalismo.

– “Prima che qualcuno mi condanni per questa apparente mancanza di cuore, lasciatelo in una situazione precisamente simile alla mia” .

Rimasto da solo col compagno Parker nella delirante gara, Pym esperisce nei confronti dell’amico, sotto la pressione di una probabile morte imminente, uno spaventoso, orribile sentimento: “In questo momento, tutta la ferocia della tigre prese possesso di me ed avvertii verso la povera creatura, il compagno Parker, il più intenso, il più diabolico odio” …

Al termine di questo cammino interpretativo viene spontaneo chiedersi se vi sia ancora qualcosa da dire su Poe e se la critica letteraria abbia saputo risolvere i suoi enigmi. La risposta è no, perché in realtà gli enigmi restano tali ad oltre 150 anni dalla sua morte.
Se non tutto quello che si doveva dire su Poe è stato detto, in che direzione dobbiamo muoverci per capire molti punti oscuri della sua arte e produzione?

La direzione in cui volgiamo lo sguardo ci viene indicata dallo stesso scrittore, nel momento in cui ha creato dei temi e immagini che provengono da una tradizione sapienziale antichissima.

Infatti la sensazione che si prova dalla lettura del “Gordon Pym” e anche dei racconti fantastici, è che dietro alla trama letterale del romanzo vi sia un messaggio nascosto, che soltanto poche persone adeguatamente “istruite”, cioè in possesso di conoscenze occulte ed esoteriche, riusciranno realmente a comprendere.

Quando parliamo di esoterismo si intende proprio questo: un insieme di insegnamenti e di informazioni nascoste in un testo scritto o in un discorso orale che l’autore ha volutamente inserito e che sarà comprensibile solo per una nicchia di persone istruite su queste conoscenze segrete.

Questi insegnamenti si contrappongono agli insegnamenti essoterici che sono invece rivolti pubblicamente a tutti coloro che leggono il testo o ascoltano il discorso.
La distinzione trae origine anticamente dall’organizzazione assunta dalle scuole di pensiero filosofico sorte nell’antica Grecia, come per esempio la scuola pitagorica, in cui si distingueva tra queste due forme di insegnamento da parte dei maestri.

Ciò che è importante sottolineare è che questa antica pratica si sia trasmessa anche alla cultura letteraria di ogni epoca: per cui si possono riportare infiniti esempi di scritti, anche di natura religiosa, che comprendono anche un’interpretazione esoterica…

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